Un anno a Goma, dieci anni dopo

L’11 maggio 2020 mi trovai a postare una foto sui miei profili social: è la foto di un vulcano attivo fumante, che si staglia nel grigiore del cielo; solo in un secondo momento lo sguardo scorge, sotto di lui, in primo piano, dei capannoni (poco più che ammassi di lamiere) e il muso di un vecchio camion su cui si può intravedere la scritta “Don Bosco”. La scarsa didascalia che in fretta elaborai diceva: “Dieci anni fa partivo per Goma. E niente, ci sarebbe troppo da dire.” Come per dire: ricordo bene quel giorno e i mesi successivi, ma non è il caso di rimestare il passato.

In effetti, di ritorno dal Congo (circa un anno dopo), poche volte mi sono trovato a raccontare di Goma, e col passare degli anni sempre di meno. Un po’ per pigrizia, un po’ per introversione, un po’ per la consapevolezza che era difficile per me spiegare e per gli altri capire…

Al di là di questi “viaggi mentali”, l’uccisione di Luca Attanasio, Vittorio Iacovacci e Mustapha Milambo, avvenuta lo scorso 22 febbraio non lontano da Goma, ha nuovamente sbloccato in me quei ricordi.

Fui mandato a Goma, presso il Centro Don Bosco Ngangi, a 25 anni appena compiuti, spinto (anzi, chiamato) dagli interrogativi che non mi lasciavano stare dopo una breve esperienza missionaria in Burundi, un paio di anni prima (“I poveri non ci lasceranno dormire”, scrisse padre Zanotelli). Arrivare a Goma significa atterrare a Kigali, capitale del Ruanda, farsi qualche ora di macchina su strade perfette tra verdi colline e poi sbattere il muso contro una realtà totalmente diversa una volta superata la frontiera: terreno roccioso e nero di lava, strade dissestate, case che sono poco più che baracche, confusione e miseria. Giungere al Don Bosco, dall’altra parte della città, è poi un’impresa per rallisti esperti.

Il Centro Don Bosco Ngangi, che dà le spalle alla foresta e alla natura selvaggia, è un’opera di bene immensa, un faro di speranza in questa terra martoriata, fin nella sua storia più recente, da povertà, fame, eruzioni vulcaniche, epidemie, e poi guerre, guerre, guerre. Le strutture dei Salesiani hanno ospitato e ospitano giorno e notte bambini e ragazzi orfani o “tolti alla strada”, ragazze madri, bambini soldato, senza dimenticare la mole della proposta scolastica, che va dalla scuola materna alla formazione personale, accogliendo migliaia di studenti.

Io mi cimentavo in quello che mi veniva meglio, che era l’animazione d’oratorio (“fare il pagliaccio” mi riesce a ogni latitudine), e nel mentre osservavo, imparavo, domandavo, tentavo (spesso invano) di capire. Vivevo. E gli interrogativi, che ancora si moltiplicavano e non ricevevano risposta, partivano (da fresco laureato in Relazioni Internazionali) dalla ricerca delle ragioni dell’ultimo scontro tra gruppi armati appena fuori città (e credetemi, non bastano libri per sapere cosa stia davvero capitando nel Nord Kivu), per arrivare a “ma Dio dov’è in tutto questo?”.

E devo dire che

la mia fede ha subito delle belle botte, tra le varie testimonianze e controtestimonianze che le persone e la realtà intorno mi offrivano. Ma devo dire che, per la prima volta, sono andato all’essenza della mia fede, che si è spogliata degli inutili orpelli di cui l’avevo abbellita in gioventù, ed è rimasta legata a piccoli ma significativi gesti, mai più persi da allora.

Alcuni ricordi sparsi, così come me li offre la memoria: l’ascesa al vulcano Nyiragongo con la scorta armata, i mondiali di calcio in Sudafrica, la mia casetta, l’acqua che c’è e non c’è, la corrente che c’è e non c’è, Skype (ma la connessione…), colleghi sequestrati e rapinati, mi mangiano uno dei cani, i vetri della macchina spaccati, i giri in moto su e giù, i carri armati della missione ONU, furti, le partite a basket, vite spezzate, il lago Kivu, una proposta di matrimonio, le piantagioni di banane e caffè, solitudine, arbitro di calcio in giro per la provincia, amici che non ci sono più, i chukudù (veicoli di legno a due ruote tipici della zona), polenta e fagioli, spari, la stagione delle piogge e la stagione secca, le gite con gli animatori, i tentativi fallimentari con lo swahili, i “veri” missionari, la vita in comunità, viaggi della speranza, le lacrime, l’oratorio, restare, tornare.

Don Bosco, che aveva già segnato la mia vita fino ad allora, la segnò ancora più profondamente a Goma. Non immaginavo che lo avrebbe fatto ancora di più negli anni a venire: quell’esperienza fu davvero forte, ma ne tornai lo stesso con una sensazione di incompletezza. Mi sposai, e con mia moglie ripartii alla volta di Freetown, Sierra Leone. Ma questa, come si dice, è un’altra storia.

Giorgio D’Aniello Joy