Don Alessandro Basso, salesiano prete il 4 luglio

Quando nel ’96 conobbi don Pomero, attento a imparare da lui a giocare a funghetto e a ping pong, non avrei mai pensato che 15 anni dopo sarei diventato Salesiano (eh sì, era l’8 settembre 2011), né tantomeno che nel 2020 sarei diventato sacerdote come lui, e come gli altri Salesiani che ho incontrato nel corso degli anni e che hanno lasciato un segno vivo nella mia memoria.

Dico “nel 2020” perché l’Ordinazione presbiterale era fissata per il 30 maggio, ma poi si è voluto intromettere quel minuscolo Covid-19, forse geloso per la grande festa che avremmo celebrato, tra Valdocco e Cuneo: sarebbe stata una Pentecoste memorabile! Ha voluto prendersi il centro della scena, bloccando province, regioni, nazioni intere…e facendo slittare la data dell’Ordinazione al 4 luglio 2020, al mattino alle 10 in Basilica di Maria Ausiliatrice a Valdocco (vietato mancare! Ma portatevi la mascherina per sicurezza!)

Però, se ho imparato qualcosa nel tempo in cui da piccolo don Pomero mi faceva mettere in ordine viti, bulloni e rondelle nelle varie scatolette del suo tavolo da lavoro, è la pazienza. Ma questo tempo la mette a dura prova (anche se credo di non dirvi nulla che non sappiate già, no?). Perché già la formazione per noi Salesiani è un po’ come il Giro d’Italia, molto lunga – circa una decina d’anni – con alcune tappe un po’ più di salita, altre di pianura, altre veramente dolomitiche, come i 4 anni dello studio della teologia alla Crocetta… ma sempre ci sono dei “traguardi volanti” lungo il percorso: i vari rinnovi della professione religiosa, fino alla professione perpetua e al Diaconato. Certo, non ti danno punti, non ti fanno cambiare la casacca come ai ciclisti, ma sempre ti ricordano qual è la meta verso cui pedali e per Chi corri, per Chi fatichi, studi, lavori, vivi e sei anche disposto anche a dare la vita. Ecco, ti ristorano e rinnovano nel tuo essere paziente, perché ti dicono «Coraggio, ancora una curva!»

Quest’anno, proprio quando avevamo già varcato il cartello dell’ultimo chilometro, quando si vedevano già le transenne ai lati della strada, quelle con la gente che fa il tifo per te e che ti sprona per la volata finale, quando già stavi pensando a riempire il baule e sognavi in quale comunità l’Ispettore ti avrebbe destinato, quali giovani avresti conosciuto, se in un oratorio, o una scuola… ecco, nel mezzo di questi sogni è arrivato il lockdown. Ci siamo chiusi in casa, abbiamo sentito il silenzio a Torino – merce rarissima anche solo qualche mese fa! –, ma soprattutto siamo entrati in un silenzio celebrativo che si prolunga finora. E l’idea di diventare prete in un momento in cui la gente non ha la possibilità di partecipare all’Eucaristia è ben strana… Ma sicuramente Dio ci dice qualcosa anche in questo, e allora forse a me sta dicendo che devo scendere dalla bicicletta – per restare nella metafora di prima – e guardarmi intorno: non tanto per cercare un bagno di folla, ma per andare a cercare quella folla dalle case dove si è chiusa e, uno alla volta, caricarli sulla bici e fargli riscoprire la bellezza del mondo, di cui forse ci eravamo un po’ dimenticati in precedenza… e arrivare al traguardo insieme! Dopotutto don Bosco stesso diceva che «la più bella passeggiata e il più bel gioco che mi piacerebbe è di poter condurre diecimila giovani in paradiso».