XVII Domenica del Tempo Ordinario – Giovanni 6, 1-15

Dal vangelo  secondo Giovanni  6, 1-15

1Dopo questi fatti, Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberiade, 2e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. 3Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. 4Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei.
5Allora Gesù, alzati gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». 6Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. 7Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». 8Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: 9«C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». 10Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini. 11Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. 12E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». 13Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.
14Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». 15Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.

Domenica del pane che trabocca dalle mani, dalle ceste, che sembra non finire mai. E mentre lo distribuivano, non veniva a mancare; e mentre passava di mano in mano, restava in ogni mano. C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci… Un pane d’orzo, il primo cereale che matura; un ragazzo, in cui matura un uomo. Quella primizia d’umanità ha capito tutto, nessuno gli ha chiesto nulla e il ragazzo mette tutto a disposizione. È questa la prima scintilla della risposta alla fame della folla. Ma che cosa sono cinque pani per 5.000: uno a mille. Il Vangelo sottolinea la sproporzione tra il poco di partenza e la fame innumerevole che assedia. Sproporzione però è anche il nome della speranza, che ha ragioni che la ragione non conosce. E il cristiano non può misurare le sue scelte solo sul ragionevole, sul possibile. Perché dovremmo credere a un Risorto, se siamo legati al possibile? La stessa sproporzione la sentiamo di fronte ai problemi immensi del nostro mondo. Io ho solo cinque pani, e i poveri sono legioni. Eppure Gesù non bada alla quantità, ne basta anche meno, molto meno, una briciola. E la follia della generosità. E infatti, non appena gli riferiscono la poesia e il coraggio di questo ragazzo, sente scattare dentro come una molla: Fateli sedere! Adesso sì che è possibile cominciare ad affrontare la fame! Gesù prese i pani e dopo aver reso grazie li diede… Giovanni non riferisce come accade. Come avvengano certi miracoli non lo sapremo mai. Ci sono e basta. Sono perfino troppi. Ci sono, quando a vincere è la legge della generosità: poco pane spezzato con gli altri è misteriosamente sufficiente; il nostro pane tenuto gelosamente per noi è l’inizio della fame: «Nel mondo c’è pane sufficiente per la fame di tutti, ma insufficiente per l’avidità di pochi» (Gandhi). Prese i pani e dopo aver reso grazie li diede… Tre verbi benedetti: prendere, ringraziare, donare. Gesù non è il padrone del pane, lo riceve, ne è attraversato, semplice luogo di passaggio. Quando noi ci consideriamo i padroni delle cose, ne profaniamo l’anima, roviniamo l’aria, l’acqua, la terra, il pane. Niente è nostro, noi riceviamo e doniamo, siamo attraversati da una vita, che viene da prima di noi e va oltre noi. Rese grazie: al Padre e al ragazzo senza nome, al suolo e alla pioggia d’autunno, alla macina e al fuoco, madre e padre del pane. Tutto ci viene incontro, è vita che ci ospita, dono che viene «da un divino labirinto di cause ed effetti» (M. Gualtieri). Che fa della vita un sacramento di comunione. E li diede. Perché la vita è come il respiro, che non puoi trattenere o accumulare; è come una manna che per domani non dura. Dare è vivere. (E. Ronchi)

Cari nonni, care nonne, cari anziani…

Prima Giornata mondiale dei nonni e degli anziani.

Domenica 25 luglio, memoria dei santi Gioacchino ed Anna, si celebrerà la Giornata mondiale dei nonni e degli anziani, indetta da papa Francesco.

“Io sono con te tutti i giorni” (cfr Mt 28,20) è la promessa che il Signore ha fatto ai discepoli prima di ascendere al cielo e che oggi ripete anche a te, caro nonno e cara nonna, caro anziano. A te. “Io sono con te tutti i giorni” sono anche le parole che da Vescovo di Roma e da anziano come te vorrei rivolgerti in occasione di questa prima Giornata Mondiale dei Nonni e degli Anziani: tutta la Chiesa ti è vicina – diciamo meglio, ci è vicina –: si preoccupa di te, ti vuole bene e non vuole lasciarti solo (dal messaggio di papa Francesco).

Si invitano i parroci a dedicare a questa Giornata una delle messe domenicali, sicuri che ognuno, con creatività pastorale, troverà il modo per celebrarla nella maniera più adatta al proprio contesto.

 

Nel messaggio per la prima Giornata mondiale dei nonni e degli anziani, che sarà celebrata il 25 luglio, papa Francesco spiega che gli angeli consolatori hanno il volto di nipoti, familiari e amici, e ribadisce che la vocazione della Terza Età è “custodire le radici , trasmettere la fede ai giovani e prendersi cura dei piccoli”

 

 

 

RMG – Presentazione del tema della Strenna 2022: «Fate tutto per amore, nulla per forza» (S. Francesco di Sales)

(ANS – Roma) – Cari Fratelli, Sorelle e Amici, solo sei mesi fa abbiamo consegnato alle Figlie di Maria Ausiliatrice – com’è nostra tradizione fin dai tempi di Don Bosco – e a tutta la Famiglia Salesiana, la Strenna del nuovo anno.

Sei mesi dopo, dunque, mi è stato chiesto di anticipare quello che potrebbe essere il tema orientativo del nuovo anno 2022, come domandano i diversi ritmi degli emisferi dove si trovano le presenze salesiane. Lo faccio volentieri nella speranza che possa essere d’aiuto.

Evidentemente il 2022, anno durante il quale celebreremo il IV centenario dell’anniversario della sua morte, il tema non potrà essere che quello della Spiritualità di San Francesco di Sales , sorgente dello spirito salesiano di Don Bosco, a cui il nostro padre e fondatore si abbeverava e che contemplava in ogni momento, soprattutto quando si trattava di definire lo stile educativo ed evangelizzatore – per dirlo con il nostro linguaggio – dell’incipiente Congregazione Salesiana: «Ci chiameremo Salesiani» .

Sappiamo che Don Bosco rimase profondamente colpito dalla straordinaria figura di questo Santo. Era per lui un’autentica ispirazione, soprattutto perché era un vero pastore, un maestro di carità, un instancabile lavoratore per la salvezza delle anime.

Da giovane seminarista, Giovanni Bosco prese questa risoluzione prima della sua ordinazione sacerdotale: «La carità e la dolcezza di San Francesco di Sales mi guidino in ogni momento». E nelle Memorie dell’Oratorio Don Bosco dichiara: «[L’oratorio] cominciò a chiamarsi di San Francesco di Sales […] perché [per] la parte di quel nostro ministero esigendo grande calma e mansuetudine, ci eravamo messi sotto alla protezione di questo santo, affinché ci ottenesse da Dio la grazia di poterlo imitare nella sua straordinaria mansuetudine e nel guadagno delle anime» .

Naturalmente la Strenna di quest’anno costituirà anche una splendida opportunità per riconoscersi e ritrovarsi nella spiritualità di San Francesco di Sales e per apprezzare ancora di più le magnifiche caratteristiche dello spirito salesiano di Don Bosco, così come i preziosi valori della spiritualità giovanile salesiana. Senza dubbio ci vedremo riflessi in loro e ci sentiremo chiamati ad essere oggi “più salesiani” nella nostra Famiglia Salesiana, cioè più pieni dello spirito di San Francesco di Sales, spirito che impregna la nostra salesianità come Famiglia di Don Bosco.

Essere completamente di Dio, vivendo in pienezza la presenza nel mondo

Questa è probabilmente la proposta più “rivoluzionaria” di San Francesco di Sales. Lo ha espresso con la consueta profondità e bellezza il Papa emerito Benedetto XVI quando ha detto che il grande invito che San Francesco di Sales rivolge ai cristiani è quello di «essere completamente di Dio, vivendo in pienezza la presenza nel mondo e i compiti del proprio stato. “La mia intenzione è di istruire quelli che vivono nelle città, nello stato coniugale, a corte […]” (Prefazione alla Introduzione alla vita devota). Il Documento con cui Papa Pio IX, più di due secoli dopo, lo proclamerà Dottore della Chiesa insisterà su questo allargamento della chiamata alla perfezione, alla santità. Vi è scritto: “[la vera pietà] è penetrata fino al trono dei re, nella tenda dei capi degli eserciti, nel pretorio dei giudici, negli uffici, nelle botteghe e addirittura nelle capanne dei pastori […]” (Breve Dives in misericordia, 16 novembre 1877). Nasceva così quell’appello ai laici, quella cura per la consacrazione delle cose temporali e per la santificazione del quotidiano su cui insisteranno il Concilio Vaticano II e la spiritualità del nostro tempo. Si manifestava l’ideale di un’umanità riconciliata, nella sintonia fra azione nel mondo e preghiera, fra condizione secolare e ricerca di perfezione, con l’aiuto della Grazia di Dio che permea l’umano e, senza distruggerlo, lo purifica, innalzandolo alle altezze divine» .

Certamente incontriamo la fonte di questa spiritualità in tanti gesti e parole di nostro Signore nel Vangelo e nella semplicità della proposta di Don Bosco fatta ai suoi ragazzi, con il linguaggio e nel contesto ecclesiale del XIX secolo.

Allora, come non essere attenti affinché sia anche per noi la fonte di ispirazione e la proposta pastorale e spirituale per il nostro oggi?

La centralità del cuore

Durante la sua formazione a Parigi ciò che fa scattare in Francesco la sua conversione è la lettura approfondita del Cantico dei cantici, sotto la guida di un padre benedettino.

È per lui una luce che colora tutta la sua percezione sia di Dio sia della vita umana, sia del cammino individuale sia delle relazioni con qualunque altra persona.

Anche nel simbolo che sceglie per la Visitazione si coglie quanto il cuore sia il segno più parlante di tutta la sua eredità umana e spirituale: un cuore trapassato da due frecce: l’amore di Dio e l’amore del prossimo, a cui sarebbero corrisposti anche i due trattati che condensano tutto il suo pensiero e insegnamento. Il primo – Il trattato dell’amore di Dio – è frutto della sua paziente opera di formazione al primo gruppo di Visitandine: sono le conferenze redatte e riedite in forma di volume. È anche la base della formazione di Maria Margherita Alacoque che, 51 anni dopo la morte Francesco, ha le rivelazioni da cui si apre la strada nella Chiesa alla devozione al Sacro Cuore di Gesù.

Dell’altro trattato, quello sull’amore del prossimo, è rimasto solo l’indice, a causa della prematura morte di Francesco il 28 dicembre 1622, a 55 anni di età.

L’umanesimo di Francesco, il suo desiderio e la capacità di entrare in dialogo con tutti, il grandissimo valore che dà all’amicizia, così importante per l’accompagnamento personale nel modo con cui lo interpreterà Don Bosco…, tutto si costruisce sulle solide fondamenta del cuore, così come Francesco lo ha vissuto.

Tra provvidenza e amorevolezza

Due riflessi del suo modo di sentire il cuore di Dio e di aprire il suo cuore ai fratelli, intimamente correlati l’uno con l’altro, sono il suo senso della Provvidenza e il suo modo di avvicinare e interagire con ogni persona, ossia la sua proverbiale dolcezza o amorevolezza.

La fiducia nella Provvidenza ha radici che vengono dalla sua formazione parigina e a Padova: la “santa indifferenza”: mi fido senza riserve del cuore di Dio, e questo mi dispone ad abbracciare qualunque dettaglio che la sequenza di eventi e circostanze mi presenta davanti giorno per giorno. Non ho “nulla da chiedere e nulla da rifiutare” rispetto a quanto so essere in ogni caso nelle mani di Dio. Paolo guardava nella stessa direzione quando scrive ai Romani: “Noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno. Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto, li ha anche predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli” (Rm 8, 28-29).

La dolcezza di cuore, prima che di tratto, verso il prossimo, anche quando è scostante è tutt’altro che piacevole come carattere, è un riflesso della stessa fiducia, questa volta nei riguardi del cuore umano, sempre aperto all’azione di Dio e sempre destinato alla pienezza della vita. Dolcezza e amorevolezza sono approcci missionari, volti a facilitare il più possibile in ogni circostanza e situazione questo incontro tra grazia e libertà nel cuore di chi mi sta davanti. Non è soltanto dunque questione di buone maniere.

Se pensiamo al modo in cui Don Bosco ha reinterpretato questa amorevolezza nel suo sistema educativo, si comprende quanto profonde siano le motivazioni a cui si alimenta, esattamente come è avvenuto per San Francesco di Sales.

Il tirocinio della missione nel Chiablese e il Da mihi animas di Don Bosco

La dura esperienza di evangelizzazione nel Chiablese fra il 1593 (discorso da Prevosto) nel 1596 (le Messe di Natale a Thonon) è dove la missione dà il tono concreto a tutta la sua vita. È estremamente difficile (“qui tutti hanno insulti sulle labbra e pietre nelle mani”) ma è una crisi che fa crescere e trasforma anzitutto il missionario, prima ancora che i suoi destinatari.

È anche molto interessante leggere quegli anni come una pedagogia eucaristica. L’Eucaristia visibile, celebrata, con grande concorso di popolo, portata in processione… dopo anni di vuoto (Natale 1596…), è il punto di arrivo di un lungo deserto, dove è lui che vive di eucarestia e se ne fa presenza in modo nascosto, tra la gente prima ostile, e che lui avvicina e si fa amica uno per uno.

Tenendo conto che le nostre presenze salesiane sono nella maggior parte tra non cattolici, questa spiritualità eucaristica diventa profetica: dall’interno del missionario raggiunge con grande pazienza e perseveranza coloro a cui si è mandati, senza rinunciare all’annuncio esplicito, ma sapendo attendere i tempi lunghi di Dio, e non aspettando che i fedeli riempiano la chiesa, ma mescolandosi con il gregge dovunque e comunque esso sia…

E con l’Eucaristia e sulla stessa lunghezza d’onda si collocano la centralità della croce e la fiducia in Maria.

Tutto questo ci parla della passione educativa ed evangelizzatrice di Don Bosco che, alla presenza del Signore nell’Eucaristia e alla forte presenza di Maria nella vita dell’Oratorio, in mezzo ai suoi ragazzi, trovava la forza quotidiana per realizzare il Da mihi animas, cetera tolle.

Ma come comunicare?

Francesco di Sales è patrono dei giornalisti. Vale la pena di cogliere il suo carisma come comunicatore, dove c’è uno splendido accordo tra, da un lato, l’amore e l’interesse per la riflessione, la cultura, l’umanesimo nelle sue espressioni più belle, da promuovere, incoraggiare, armonizzare creando e favorendo il dialogo tra chi è più capace e più ricco in questi campi e, dall’altro lato Francesco di Sales è un maestro di comunicazione per tutti, un grande divulgatore per i mezzi e le condizioni in cui viveva. Basta pensare all’enorme numero di lettere su cui si è condensata una parte sicuramente non secondaria del suo apostolato di vescovo e di Santo.

Anche in questo abbiamo in don Bosco un discepolo che segue lo zelo del maestro, con i nuovi mezzi a sua disposizione (la stampa popolare “di massa”): 318 opere edite di Don Bosco in 40 anni… in media circa una ogni due mesi. E allo stesso tempo è per noi un messaggio di massima attualità e una vera sfida, nel mondo d’oggi dove la comunicazione è al centro della realtà.

Francesco di Sales nel modo di accompagnare i giovani di Don Bosco: i carismi fioriscono e danno frutto l’uno nell’altro.

C’è una vera “comunione dei santi” dentro l’arte educativa e spirituale di Don Bosco, che non nasce dal nulla, ma si nutre di radici profonde, opera dello Spirito nella storia della Chiesa che lo ha preceduto. Non è né un’addizione né una replica: è piuttosto un nuovo fiorire e dare frutto che si alimenta il quel lavoro dello Spirito che ha vivificato la Chiesa con Francesco di Assisi e Ignazio, con Domenico e Teresa d’Avila.

Una bella proposta per l’oggi della Chiesa e senza dubbio della Famiglia Salesiana di Don Bosco è giustamente quella di crescere nell’arte di accompagnare il cammino della fede specialmente di tanti ragazzi, ragazze e giovani del mondo che non conoscono Dio, e che allo stesso tempo hanno fame e sete di lui spesso senza saperlo. È molto “salesiano” sentire e credere veramente che ogni persona ha bisogno di «un amico dell’anima»  in cui trovare consiglio, aiuto, guida e amicizia.

Termino queste sintetiche linee, lungo le quali si potrà sviluppare la Strenna del 2022 per tutta la Famiglia Salesiana di Don Bosco nel mondo, con l’invito che Papa Benedetto XVI ci rivolge alla fine del suo discorso, chiedendoci di seguire in “spirito di libertà” la testimonianza esemplare di San Francesco di Sales, vero esempio di quell’umanesimo cristiano che ci fa sentire che solo in Dio si incontra la soddisfazione del desiderio e della nostalgia che proviamo per Lui: «Cari fratelli e sorelle, in una stagione come la nostra che cerca la libertà, anche con violenza e inquietudine, non deve sfuggire l’attualità di questo grande maestro di spiritualità e di pace, che consegna ai suoi discepoli lo “spirito di libertà”, quella vera, al culmine di un insegnamento affascinante e completo sulla realtà dell’amore. San Francesco di Sales è un testimone esemplare dell’umanesimo cristiano; con il suo stile familiare, con parabole che hanno talora il colpo d’ala della poesia, ricorda che l’uomo porta iscritta nel profondo di sé la nostalgia di Dio e che solo in Lui trova la vera gioia e la sua realizzazione più piena» .

Don Ángel Fernández Artime, SDB, Rettor Maggiore

Estate Ragazzi e News

GUIDA
Nel nostro percorso formativo dell’estate ragazzi ci stiamo accorgendo di quanto, come dice anche papa Francesco, nessuno si salva da solo. Infatti Sofia ha bisogno del GGG e viceversa, da soli sarebbero persi. Ognuno di noi ha bisogno di un aiuto nella propria crescita, di qualcuno che possa indicarci la strada e che ci sostenga: una guida. Nel nostro oratorio le guide non mancano sicuramente, infatti i salesiani e gli educatori aiutano gli animatori a crescere attraverso gli esempi di Gesù e Don Bosco e noi siamo chiamati a fare lo stesso con bambini e ragazzi a noi affidati.
Principalmente durante l’estate ragazzi, periodo in cui quasi tutta la comunità dei Sale è riunita, si crea questo clima di reciproca solidarietà e di contributo per “essere santo lì dove sei”.
L’estate ragazzi sta terminando ma il cammino per tutti noi, animatori e ragazzi, è solo all’inizio. Ci auguriamo che ciascuno di noi abbia il coraggio di sapersi affidare e lasciarsi guidare nel cammino della vita.

La prossima settimana sarà l’ultima di questa estate ragazzi (ci rivedremo a settembre per le settembriadi) e la struttura della settimana sarà leggermente diversa.
Mercoledi ci sarà il grande gioco e venerdì sarà il giorno dedicato alle premiazioni finali!
Le gite del giovedì prevedono il rafting sul Po per i ragazzi dalla 1a alla 4a elementare mentre per 5a elementare e 1a media gita al mare a Varazze e per estagió 2 giorni al mare Varazze.
Sarà un’ultima settimana memorabile!

XVI Domenica del Tempo Ordinario – Marco 6, 30-34

Dal vangelo  secondo Marco  6, 30-34

30Gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. 31Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare. 32Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. 33Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero.
34Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.

 Gesù ha dunque fretta e ha molte cose da fare e tuttavia egli trova il tempo per ritirarsi, solo, sul monte a pregare (1,35). Il ritmo della sua giornata non trascura il momento della solitudine, della preghiera, della comunicazione col Padre. È alla luce di questo quadro del ritmo della vita di Gesù che comprendiamo meglio il brano di questa domenica (Marco 6, 30-34). Precisa ulteriormente il ritmo della vita di Gesù e lo applica al discepolo. I discepoli ritornano dal loro giro missionario: hanno sperimentato la potenza della Parola, ma anche la fatica e il rifiuto. E Gesù li invita al riposo, in un luogo solitario, in sua compagnia: «Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po’». C’è il momento della missione e dell’impegno e c’è il momento del riposo, c’è il momento dell’accoglienza e c’è il momento della solitudine. Un riposo, però, che non si irrigidisce nelle sue esigenze, anche legittime, ma si mantiene aperto a una fondamentale disponibilità. La folla giunge inaspettatamente impedendo il riposo, e Gesù non la fa attendere, ma la accoglie e ne soddisfa le esigenze. Però a modo suo: non è a disposizione delle esigenze superficiali della folla, ma solo delle sue esigenze profonde: «E insegnava loro molte cose». Più tardi moltiplicherà per quella folla i pani, ma ora insegna la Parola. Il Vangelo è percorso da un fremito di urgenza, ma è un’urgenza speciale, molto diversa dalla nostra fretta ossessiva e distratta. C’è l’urgenza del Regno: «Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino» (1,15). La grande occasione è giunta e non c’è tempo da perdere: il tempo è compiuto, cioè maturo, ricco di possibilità di salvezza, e non si può sprecarlo, non si può perderlo. C’è l’urgenza del distacco e della decisione: «Essi, abbandonata la rete, lo seguirono» (1,20). Di fronte all’appello di Dio non si può tergiversare, non si può differire la risposta: il discepolo deve decidersi subito. C’è, infine, l’urgenza, la vigilanza: «Quando vedrete accadere queste cose, sappiate che è vicino, alle porte…; non passerà questa generazione prima che tutto ciò avvenga» (13, 29-30). Ma queste tre urgenze – che incalzano la vita del credente – non hanno nulla a che vedere con la fretta mondana. Le cose importanti da fare, e da fare subito e sempre, non sono le cose del mondo, ma l’accoglienza del Regno e l’attesa del Signore. È l’urgenza delle «cose di Dio»: non ha la fretta degli affari, l’ansia del possesso, l’accumulo del lavoro, ma la ricerca di Dio, l’ascolto della Parola, lo spazio alle persone. Proprio tutte le cose per le quali non troviamo mai il tempo. (B. Maggioni, biblista)

 

Estate Ragazzi e News

GENTILEZZA
La gentilezza è un istinto innato presente in ogni essere umano ed è fondamentale perché inconsciamente ci guida a compiere azioni altruiste nei confronti delle persone che ci vivono intorno. Ma di che cosa si tratta esattamente? È uno degli pilastri fondamentali nella nostra vita in quanto ci aiuta a creare legami forti e duraturi e soprattutto perché ci permette di vivere in armonia con la nostra comunità. Fin da quando siamo piccoli la gentilezza ci viene insegnata tramite piccoli gesti come ad esempio creare un lavoretto per poi regalarlo ai genitori oppure a una persona a noi cara o semplicemente aiutando i compagni di classe, o nel caso dell’estate ragazzi compagni di squadra, durante momenti di difficoltà e non; andando avanti con l’età assume un significato sempre più importante. Anche all’interno della nostra estate ragazzi la gentilezza è uno dei principali “ingredienti” per riuscire a convivere tutti insieme in un ambiente piacevole e sereno.
Il “GGG” il Grande Gigante Gentile, protagonista del film che ci guida durante i momenti formativi, ci insegna l’importanza della gentilezza attraverso i semplici gesti che compie verso la sua piccola amica.
La gentilezza per noi animatori è essere premurosi con i bambini a noi affidati ed essere rispettosi nei confronti del prossimo, per altri è sinonimo di cortesia e buona educazione e per altri ancora corrisponde all’ essere una brava persona generosa e disponibile con gli altri. Gentilezza è lasciare una scia di bellezza in ogni nostro incontro. Ed è per questo che la gentilezza è principalmente la base dell’amicizia e noi crediamo che l’estate ragazzi possa essere luogo in cui creare, approfondire e sperimentare nuovi legami.

La prossima settimana tutti insieme andremo a Zoom, affrettatevi ad iscrivervi!