Cari tutti dei Sale… il saluto di Joy

Circa 8 anni fa, mentre mi trovavo in Sierra Leone, don Mauro Zanini, che era incaricato dell’oratorio di Cuneo, mi videochiamò per chiedermi se, al mio ormai prossimo ritorno, avessi voluto lavorare come educatore ai Sale. Mezza giornata, un anno di contratto, intanto “ti riabitui alla vita di qui” (era già il mio secondo anno consecutivo di missione in Africa) “e capisci cosa fare”. “Va bene, prendiamola così”. La missione mi aveva già insegnato che ad una chiamata, soprattutto se da parte Sua (la chiamata di un Padre che vuole solo il bene per i Suoi figli), è più facile rispondere di sì che di no. Mi presi del tempo per pensarci, ma in cuor mio sapevo già che avrei detto di sì.

Da allora non è passato solo un anno, ma otto; otto anni in cui non ho potuto non vedere la presenza di Dio nella mia vita, in tutte le esperienze vissute (lavorative e non), in tutte le persone passate al mio fianco.

Otto anni di lavoro principalmente in cortile, il cuore pulsante del nostro oratorio, l’elemento che ho sempre visto imprescindibile, attorno a cui ruota tutto il resto: luogo di incontri, brevi o lunghe chiacchierate, giochi, preghiere, calcio (onestamente ogni anno sempre un po’ meno…), ramanzine, inseguimenti, spettacoli, tornei, discorsoni, rosari, e tante, tante altre cose.

E poi: il doposcuola, “rinato” sei anni fa; l’Estate Ragazzi, in particolare Estagiò; i gruppi (quello del triennio soprattutto); i due anni di lavoro nella Sala della Comunità (come dimenticare i balletti e le opere liriche? Una figlia ha deciso di nascere proprio una di quelle sere!); il progetto educativo-pastorale dell’oratorio; il nuovo sito internet (ecco, l’altra figlia è nata in quei giorni!); i cosiddetti “lavori socialmente utili” (cioè quelli più faticosi ed esigenti dal punto di vista fisico, mio vero punto forte) accompagnati dalle immancabili “gite” in discarica. E tanto altro ancora, fino ad arrivare al 2020, al Covid, con lo smartworking e le riunioni e i gruppi in videoconferenza, la “spesa che non pesa” e l’accoglienza dei senzatetto.

La memoria è selettiva, senza una ragione. Se provo a guardarmi indietro, le prime cose che mi vengono in mente sono episodi apparentemente insignificanti oppure isolati e slegati tra loro. Ad esempio: il rifacimento delle strisce dei campi del cortile, quando mi impigliai nelle reti di protezione e caddi rovinosamente, il calcio balilla umano e il bubble football, quando stetti in mutua per una stomatite erpetica la prima settimana di estate ragazzi, la neve di febbraio 2015, le due estati in Ghana, la mostra missionaria nelle sale giochi, la morte di Piera e di Scarma, una pandemia, Gardaland 2018 e Alzate di Momo 2019, una macchina che ci tira via lo specchietto del pulmino mentre si andava alle Cupole (a proposito, mi ricordo di circa 40 giorni di Cupole negli ultimi 5 anni) e mi fermo qui perché la catena di pensieri da sola, altrimenti, non si arresta.

Anche nella mia vita privata, in questi anni, è successo un po’ di tutto: gli eventi che l’hanno travolta, stravolta e sconvolta sono le nascite di Margherita e Beatrice. Tra l’una e l’altra, mi sono pure candidato al consiglio comunale (e chissà che non sia stata una grazia il non esserci entrato, seppur per un soffio).

Nel mentre, lo studio di un po’ di teologia alla Crocetta di Torino, fino al conseguimento del master di Operatore di Pastorale Giovanile. E ancora tante letture, studi e approfondimenti su Don Bosco e la pastorale salesiana.

Ho vissuto anche tante esperienze che capitano una volta nella vita, come il bicentenario della nascita di Don Bosco, con la peregrinazione dell’urna con la reliquia (sì, Don Bosco venne a Cuneo!) e la visita del Papa a Torino (seguita però dal divano di casa con febbre in pieno giugno).

Un segno di questa presenza, che non posso tacere, è poi, senza ombra di dubbio, la promessa da Salesiano Cooperatore il 31 gennaio 2017, con l’ingresso “ufficiale” nella Famiglia Salesiana.

Dicevo, tante esperienze, ma soprattutto tante persone incontrate (parentesi: comincio con ringraziare mia moglie Agnese che, parafrasando una delle nostre magliette dei Sale, ha elaborato la citazione “che fatica la vita da moglie dell’educatore”; ed ho detto tutto).

Riprendiamo, tante persone incontrate: innanzi tutto i colleghi educatori (dalla prima equipe con Ileana, Eleonora e Michela, agli “storici” Cristina, Denise e Luca, fino a Veronica, la new entry più recente), ma anche chi ha lavorato negli uffici, nel teatro o nelle pulizie. Non voglio dimenticare i volontari di Servizio Civile (Simone, Fabio, Roberto, Francesco, Annalisa, Michela, Carola, Elisa) e le miriadi di volontari che “tengono su questa baracca”, e c’è chi lo fa davvero da tanti anni, mica solo otto.

Ringrazio poi la comunità delle Figlie di Maria Ausiliatrice e tutta la Famiglia Salesiana, in particolare i Salesiani Cooperatori. E poi, ovviamente, la comunità salesiana: i direttori, don Michele e don Mauro, e gli incaricati dell’oratorio, don Mauro, don Davis, don Stefano e don Alberto, che si avvicina molto a quello che, credo, dovrebbe essere un fratello. Ricordo fraterno che ho anche di Matteo e Michael, con cui ho condiviso tanto, se non tutto, nei giorni trascorsi insieme ai Sale.

Un pensiero particolare a chi in questi otto anni, della comunità salesiana, si è riunito a don Bosco in paradiso, dopo avermi visto bambino e adolescente: don Mario, don Pietro, don Aldo (se penso a quella volta col telefonino…) e soprattutto don Pomero, la prima persona in assoluto che incontrai entrando ai Sale da bambino, per me da sempre il prototipo del salesiano.

Mi piacerebbe poi fare un elenco di tutti gli animatori e i ragazzi che ho incontrato, che sono coloro che in questi anni mi hanno riempito testa e cuore, riuscendo a dilatarlo a dismisura, pur sotto un’impassibile apparenza che a volte diventava quella proverbiale scontrosità. Per ora sappiate solo che (e cito Ligabue, come facevo già da ragazzino), “è tutto scritto, ed è qui dentro, e viene tutto via con me”.

Sono passati otto anni ed è arrivata una nuova chiamata. La terza, dopo l’Africa e i Sale, al seguito di don Bosco, la cui mano, posata da bambino sulla mia spalla, ha lasciato un segno indelebile. Anche in questo caso mi sono preso del tempo per pensarci, ma in cuor mio sapevo già che avrei risposto di sì, pur con un velo di tristezza. Perché ciò di cui sono certo è che i Sale mi mancheranno più di quanto non mancherò io. Chi non vuole capire, lo chiami pure solo “lavoro”. Ma solo leggendo questa “proposta” nella prospettiva della chiamata spariscono i dubbi e le preoccupazioni, perché dove c’è dubbio e preoccupazione c’è ancora troppo di me stesso e molto poco di Dio.

Sono stato e sono un privilegiato: ho fatto della mia passione un lavoro, un lavoro nella cui bontà credo profondamente. Ho fatto di un luogo in cui mi sono sempre sentito a casa la mia sede di lavoro. È sempre stato qualcosa di più. E ora tornerò a passare ai Sale da semplice oratoriano, per dare una mano o portarci le mie bimbe, sapendo che ci sentiremo sempre a casa. Grazie davvero a tutti e a ciascuno, è stato un viaggio bellissimo, insieme!

Joy

PS Un po’ di hashtag, quasi delle litanie…!

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